Referendum fallito? Facciamo chiarezza

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Le motivazioni mediatiche che hanno alimentano la campagna per il “NO” così come quelle che hanno alimentato la campagna per il “SI” sono state quasi tutte parziali o incomplete, anche per il difficile e ampio aspetto normativo oggetto della discussione.
Qualcuno ha impiegato il poco spazio messo a disposizione dai media per fare campagna a favore dell’astensionismo. Qualcuno si è schierato per il si, qualcun’ altro  per il no.
Degli aventi diritto al voto si è recato ai seggi solo il 32.15% (fonte Min. Int.)
Ma gli italiani hanno davvero inteso le ragioni del “SI” e del “NO”?
All’indomani del referendum, se avesse vinto il si o il no, non si sarebbero fermate, di colpo, le concessioni estrattive già in essere entro le 12 miglia marine (circa 22 km), non determinando quindi radicali cambiamenti. Non ci sarebbe stata, dunque, una riduzione dell’autonoma capacità di approvvigionamento energetico e non sarebbe stata garantita una riduzione rilevante del rischio ambientale (dato che non erano contemplate anche le installazioni oltre le 12 miglia marine).
Tutte le piattaforme avrebbero potuto continuare ad estrarre, gas o petrolio, in relazione al proprio contratto o proroga (la prima avrebbe chiuso i battenti nel 2018, l’ultima nel 2034 con il conseguente smantellamento dell’impianto, a spese proprie).
Ma vediamo chi perde e chi guadagna da questa storia.
La produzione totale delle installazioni in mare nel 2015 è stata di 750.685 tonnellate di olio greggio, circa 4,5 miliardi di Smc (Standard metri cubi) di gas e 706.048 tonnellate di gasolina (fonte: Ministero dello Sviluppo Economico).
Difficile fare un conto sulla produzione energetica delle piattaforme oggetto del referendum.
Se avesse vinto il “SI” la dipendenza energetica dell’Italia sarebbe salita di poco, dal 76 all’81% (fonte Sole24Ore).
Ma vediamo come funzionano le concessioni.
Lo sfruttamento dei giacimenti sul territorio italiano prevede, a carico delle aziende, il pagamento di un “affitto” allo Stato. Questo “affitto” è definito royalty, cioè un prelievo diretto alla fonte. Se una compagnia petrolifera vuole estrarre gas o petrolio in Italia, dopo l’approvazione del progetto dovrà pagare sul fossile estratto il 10%, se si tratta di gas, o il 7%, se si tratta di petrolio, allo Stato (parliamo di attività offshore – fonte: analisi Ernst & Young). Inoltre, essendo costosa la realizzazione degli impianti di estrazione, ogni Stato prevede uno sconto (chiamata franchigia), che in Italia corrisponde a 50.000 tonnellate di petrolio e 80 milioni di smc di gas. Pertanto, se una piattaforma resta sotto la quota di franchigia, non pagherà nemmeno le royalties.
In conclusione questo referendum ha registrato una bassissima affluenza alle urne e una scarsissima informazione sul suo significato.
Andare a votare, in questo caso, significava dare al Governo un forte segnale politico, più che tecnico.
Formalmente si decideva sulla “prolungabilità della vita” delle concessioni estrattive, informalmente invece,  la consultazione popolare era utile per conoscere:
1. L’indirizzo e l’attenzione che i cittadini intendono dare alle politiche energetiche nazionali;
2. La consistenza della “competenza giurisdizionale” delle Regioni in materia di tutela ambientale nel contesto demaniale delle concessioni;
3. Il consenso popolare al Governo Renzi.
Il concreto valore di ogni referendum, massima espressione della sovranità popolare, è rappresentato dal potere, affidato ai cittadini, di dare un “indirizzo” compartecipativo al Governo del Paese.
Con l’astensione gli italiani lo hanno fatto. Eccome.